Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine. (Giovanni, 13,1)
L’evangelista introduce il lungo e dettagliato racconto della passione con la scena della lavanda dei piedi. Un gesto che riassume l’intera esistenza di Gesù e annuncia il compimento. Tutto è posto nel segno dell’amore: «avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino alla fine» (13,1). È questa la luce che ha illuminato la sua vita ed ora lo sospinge ad affrontare l’ultima e decisiva battaglia.
«Sapendo che era venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre»: Gesù entra nella fase ultima e decisiva della sua esistenza avendo piena consapevolezza di ciò che lo attende. Tutti gli altri si muovono sospinti da interessi o da motivazioni non sempre limpide. Gesù, invece, è un uomo libero, non è prigioniero della paura e non subisce gli eventi ma li vive con intima consapevolezza. Sapendo che tutto sta per compiersi, egli lascia ai discepoli il suo testamento, non lo fa con le parole ma con un gesto che sorprende tutti: si china e lava i piedi. E mostra così che l’amore autentico non è fatto di intenzioni e belle parole ma si traduce nel servizio più umile. Non offre solo una testimonianza ma un vero e proprio insegnamento espresso con l’autorità dei fatti.
Nel solco dell’amore
Don Enrico cammina nel solco dell’amore, sulle orme di Gesù, Maestro e Signore. Dal giorno in cui ha compreso che Dio lo chiamava a diventare padre e custode dei ragazzi abbandonati, si gettò nell’avventura senza risparmio, pronto a donare tutto «all’ideale cui incondizionatamente ho consacrato la mia vita sino alla consumazione», scrive al dottor Giuseppe Lamaro il 29 ottobre 1949 (cfr. L’audacia della Carità – Lettere e appunti, p. 139). È questa la strada che Gesù ha percorso, la stessa che ogni prete è chiamato a seguire: «Il buon pastore dà la propria vita per le pecore» (Gv 10,11).
Da quel giorno ogni pensiero e ogni energia, ogni preghiera e ogni sospiro erano rivolti ai suoi ragazzi, a quelli che voleva salvare dalla strada, a quanti aveva già accolti e tutti quelli a cui sperava di dare dignitosa accoglienza. A chi gli diceva di riposarsi, rispondeva che non poteva né voleva deludere i suoi ragazzi. D’altra parte, conosceva bene le parole che Gesù aveva consegnato ai pastori: «ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare» (Gv 10,16).
Chi sceglie di amare, non trova riposo. Ma sperimenta la stanchezza del cuore e del corpo. Don Enrico non usa maschere e non lo nasconde all’amico Federico: «A volte mi sento tanto stanco, vorrei concedermi un po’ di riposo, ma poi mi riprendo subito: non bisogna fermarsi neanche un attimo fino a quando non avremo raggiunta la meta. È vero che arriveremo esausti, ma che importa quando il nostro ideale è raggiunto? Neanche la morte ci spaventerà più allora, quando avremo assolto il compito che Dio ci ha assegnato» (cfr. L’audacia della Carità – Lettere e appunti, 31 maggio 1951). Non è solo la preoccupazione dei primi mesi ma la costante che lo accompagnerà anche negli anni successivi: «Non sono stanco dicorrere, scrive al dott. Lamaro, ovunque vedo la possibilità di un aiuto». Ma subito dopo chiede la cortesia di accontentarsi di quel poco che è riuscito a raccogliere (cfr. L’audacia della Carità – Lettere e appunti, 11 maggio 1953).
Nel nome di Gesù
Don Enrico è stato in prima fila ma non ha mai voluto stare in primo piano, ha scelto di combattere in prima persona la battaglia della fede e della carità, assumendosi tutte le fatiche e tutti i rischi, ma non ha mai cercato applausi né riconoscimenti o diplomi. Anche lui, con l’apostolo Paolo può dire di “portare le stigmate di Gesù” nel suo corpo (Gal 6,17). La croce è piantata nella sua carne, fa parte della sua quotidiana esperienza. Dio solo conosce le sue lacrime, quelle versate di nascosto; e Lui solo ha ascoltato la supplica, quando le ombre soffocavano la luce.
Don Enrico ha lottato e sofferto nel nome di Gesù. Se non avesse avuto la coscienza di essere per quei ragazzi le mani e il cuore di Dio, probabilmente avrebbe rinunciato. Se avesse lasciato spazio alla delusione, se avesse fatto prevalere la stanchezza, avrebbe impedito a Dio di essere Dio. Lui lo sapeva. Per questo è rimasto fedele. Fino alla fine.
Nel nome di Gesù si apre alla carità, accoglie i piccoli e dona loro la vita. E quando si rende conto che i suoi giorni sono consumati, a Lui consegna ogni cosa, anche e soprattutto quello che non ha potuto ancora realizzare. Non è facile lasciare tutto quando l’opera è ancora fragile ma, in fondo, è questa la condizione che vive ogni uomo quando si trova dinanzi alla morte.
Neppure in Cielo si riposa
Negli ultimi mesi della sua vita terrena, santa Teresa di Gesù Bambino ha fatto una promessa audace: «Passerò il mio cielo a fare del bene sulla terra». Sono parole che possiamo applicare anche al Fondatore della Città dei Ragazzi. Sulla terra non ha ricevuto riposo ma credo che neppure in Cielo si riposi. In fondo, i santi non vanno mai in pensione, hanno sempre qualcosa da fare. Chi lo ha conosciuto e ha visto con quanta passione s’impegnava per realizzare l’opera, attesta che in Cielo non può restare senza far niente. Chi è immerso nell’amore di Dio, riceve la grazia di partecipare alla storia di carità che Dio realizza lungo i secoli. Per questo, oggi più che mai, ci affidiamo alla sua intercessione e chiediamo la grazia di rispondere con la stessa audacia alle necessità dell’oggi.
Silvio Longobardi
Iscriviti alla nostra newsletter per restare sempre aggiornato.
- La parrocchia preferita
- La “Shine Crew” lancia una maratona social di 24 ore per la pace e il dialogo online
- Dada: Didattiche per Ambienti di Apprendimento
- Leone XIV: “Preghiamo per la pace, la guerra è tornata di moda”
- Preparare il terreno: famiglie e fanciulli verso l’incontro con Gesù Eucaristia
