Teoria dell’attaccamento ed esperienza religiosa

Nell’ultimo appuntamento con questa rubrica, don Vincenzo Spinelli – che ringraziamo – ci aiuta a capire come la teoria dell’attaccamento possa far luce sul legame tra fede ed emozioni.

Molti studi applicano la teoria dell’«attaccamento» all’esperienza religiosa, ipotizzando che, a certe condizioni, la relazione tra il credente e Dio sia simile a un legame di attaccamento con i genitori o con i partner affettivi. Questa analogia permette di distinguere diversi modelli di attaccamento a Dio, sicuro o insicuro, analoghi a quelli delle relazioni interpersonali.

Le ricerche che collegano l’attaccamento ai genitori con quello a Dio si concentrano su due ipotesi principali. La prima è la corrispondenza, secondo cui la qualità del rapporto con i genitori funge da modello per la relazione con Dio. Un’infanzia con genitori amorevoli, per esempio, è collegata a un’immagine di Dio più misericordiosa.

La seconda è la compensazione, in cui il disagio in una relazione primaria insicura spinge a cercare in Dio un surrogato e un fattore di regolazione dell’ansia. È importante evitare però di ridurre la fede a un semplice sostituto del bisogno di protezione infantile.

Gli stili di attaccamento influenzano il modo in cui l’individuo si rapporta al divino e gestisce la sofferenza.

Chi ha un attaccamento sicuro-libero affronta le difficoltà con dolore e protesta, ma riesce a trovare rifugio e conforto in figure umane o divine, mostrando fiducia realistica e capacità di rielaborare le vicende con speranza. Chi ha un attaccamento distanziante tende a isolarsi e a cercare soluzioni nei propri pensieri, privilegiando l’intelletto sull’emozione.

Nella fede può negare il dolore e rifugiarsi in intellettualismo o attivismo, mascherando un senso di autosufficienza e sfiducia nell’aiuto esterno, sentendosi indegno di amore se esprime il bisogno di conforto. Chi ha un attaccamento preoccupato reagisce con forte emotività, amplificando i problemi e attendendosi un salvataggio miracoloso. Nella vita spirituale cerca esperienze intense e una protezione magica da Dio, oscillando tra il respingimento di un Dio inaffidabile e l’attesa di un segno risolutorio.

L’educatore deve riflettere sul tipo di fede che propone, distinguendo tra un attaccamento a Dio che responsabilizza e uno che infantilizza.

Con chi ha un attaccamento sicuro è utile favorire la consapevolezza della propria stabilità e stimolare l’apertura agli altri. Con chi ha un attaccamento distanziante è importante non cadere nel tranello del suo modello operativo, ma dare segni di presenza che permettano di manifestare il dolore e proporre un nuovo modello di “altro affidabile”. Con chi ha un attaccamento preoccupato occorre usare il canale emotivo per l’empatia, ma anche introdurre gradualmente la dimensione cognitiva per contenere il maremoto dei sentimenti.

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