Osare la pace

A noi, come comunità cristiana, il compito di far proprie le parole del Pontefice e, a partire dal nostro piccolo, per poi contagiare il mondo. La riflessione di Salvatore D’Angelo.
Foto di NoName_13 da Pixabay

«Solo i morti hanno visto la fine della guerra». È una frase cruda e dura, quanto realista. L’ha formulata George Santayana, filosofo, padre del realismo critico, che la riportò in una opera del 1922. Alle spalle aveva la Grande Guerra e dinanzi i bagliori di nuove crisi, poi sfociate nella Seconda Guerra mondiale.

Dopo il 1945 e, soprattutto, con la fine della Guerra fredda e un’Europa a lavoro per l’unità la paura sembrava alle spalle. Le tensioni dei Balcani e i rigurgiti nazionalisti dell’Est, così come le guerre mediorientali, apparivano affare di altri. Forse solo la “guerra al terrorismo” scatenata dagli americani in risposta all’attacco alle Torri gemelle, nel 2001, suscitò qualche timore in più.

Il peggio era archiviato? Niente affatto. Per anni non ci siamo resi conto di cosa accadeva, e accade, in Africa. Lì i focolai di guerra sono tutt’altro che sopiti; gli sbarchi di migranti sulle nostre coste sono la crudele conseguenza di quanto accade. Ci ha pensato papa Francesco a riportarci con i piedi per terra grazie alla celebre definizione di «guerra a pezzi» combattuta in giro per il mondo.

Così abbiamo cominciato ad aprire gli occhi su cosa stesse accadendo intorno a noi. Prima tra Russia e Ucraina: dalle tensioni risalenti al 2014 fino allo scoppio delle ostilità nel febbraio 2022. Dopo sul fronte mediorientale: l’attacco di Hamas, il 7 ottobre 2023, ai danni di civili israeliani e la risposta di Israele che ha dato vita alla mattanza ancora in corso a Gaza.

«Solo i morti hanno visto la fine della guerra». Davanti a tanta crudeltà, sbattuta in faccia ogni giorno nei telegiornali, toccherebbe quasi dar ragione a Santayana. Ma noi siamo cristiani. Cristo è la nostra pace. È un imperativo a cui non possiamo sottrarci. Non lo possiamo fare soprattutto per i nostri figli e le nuove generazioni. Non dobbiamo essere tanto egoisti dal volergli consegnare un mondo in guerra e senza speranza. Il Giubileo che volge al termine avrebbe dovuto riaccendere questa scintilla nei nostri cuori, per renderci motori e promotori di pace e speranza.

Papa Leone XIV si è presentato con le parole del Risorto: «Pace a voi». Il suo saluto è diventato un instancabile appello. È riecheggiato anche il 28 ottobre al Colosseo, in occasione dell’incontro interreligioso promosso dalla Comunità di Sant’Egidio: «Dobbiamo far sì che tramonti presto questa stagione della storia segnata dalla guerra e dalla prepotenza della forza e inizi una storia nuova. Non possiamo accettare che questa stagione perduri oltre, che plasmi la mentalità dei popoli, che ci si abitui alla guerra come compagna normale della storia umana. Bisogna osare la pace!».

A noi come comunità cristiana, chiamata ad essere primo operatore di pace, il compito di far proprie le parole del Pontefice affinché, a partire dal nostro piccolo per poi contagiare il mondo, impariamo a osare la pace. Perché non siano solo i morti a vedere la fine della guerra.

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