Quest’anno, all’interno del percorso dedicato ai centenari francescani che preparano all’ottavo centenario della morte del Santo di Assisi – nel 2023 abbiamo ricordato la Regola Bollata e il presepe di Greccio, nel 2024 le Stimmate del Serafico Padre – celebriamo la composizione del Cantico delle Creature.
Francesco d’Assisi, nella primavera del 1225, alcuni mesi dopo l’esperienza della Verna, volle passare un periodo di cinquanta giorni presso il monastero di san Damiano, dove vivevano Chiara e le prime sorelle povere. Durante quel soggiorno a san Damiano, dopo una notte travagliata dai dolori delle sue malattie, ma anche visitata dal Signore che gli aveva dato la certezza del suo amore e della salvezza, Francesco compose quell’inno di lode e di ringraziamento a Dio, che tutti conosciamo.
Il Cantico è considerato il primo testo poetico in volgare italiano, ma il suo valore trascende la letteratura per toccare corde più profonde. È una preghiera, un inno alla vita, alla fraternità cosmica, un atto di lode a Dio attraverso l’intero Creato, vissuto non come un oggetto da usare ma come un dono da accogliere. Proprio per questa sua struttura relazionale, il Cantico – a buon guardare – si offre oggi come un manifesto contro l’idolatria contemporanea, che si esprime nella logica del possesso, del denaro, del consumo e del dominio.
Nonostante la formazione giovanile del Santo di Assisi dedita ai commerci, il Cantico si presenta invece con una distinzione tra abitare e possedere. San Francesco non celebra la natura come qualcosa da sfruttare, da soggiogare, da ridurre ad oggetto, bensì come realtà vivente con cui intrattenere relazioni di fraternità. Il Sole, la Luna, il Fuoco, l’Acqua, la Terra e tutte le creature sono chiamate sorella o fratello. Il linguaggio del Cantico non è metaforico, ma teologico: ogni creatura partecipa alla stessa origine, è segno della presenza del Creatore e ha una sua dignità intrinseca.
In questa visione, abitare il mondo significa riconoscere la propria collocazione all’interno di una rete di relazioni. Significa vivere di ciò che il Creato offre con gratitudine, sfuggendo all’ansia dell’accumulo. L’abitare è legato al rispetto, all’ospitalità e alla cura: il possedere, invece, genera distacco, alienazione, competizione.
Il linguaggio di Francesco è pervaso da un senso di meraviglia. Ogni creatura è lodata per ciò che è, non per l’uso che se ne può fare. Le Creature non sono elementi da sfruttare ma realtà che esistono per sé, con la loro bellezza e la loro voce. Questo è il vero atteggiamento di stupore e di rispetto che il compianto papa Francesco ha voluto regalarci nella sua seconda enciclica, scritta nel terzo anno del suo pontificato (24 maggio 2015), che ha come titolo proprio Laudato sì, che dovremmo rileggere attentamente per la sua sconvolgente attualità.
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