Come un seme gettato nella terra

La prima pietra e la tenacia di don Enrico raccontati nella rubrica “Nel nome di Gesù”
La posa della prima pietra

Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? È come un granello di senape che, quando viene seminato sul terreno, è il più piccolo di tutti i semi che sono sul terreno; ma, quando viene seminato, cresce e diventa più grande di tutte le piante dell’orto e fa rami così grandi che gli uccelli del cielo possono fare il nido alla sua ombra». 

(Marco, 4, 30-32)

Il seme gettato nella terra fa pensare a quell’opera di evangelizzazione che la Chiesa realizza lungo i secoli, un’opera in cui l’annuncio della Parola s’intreccia con la testimonianza della carità. Il Vangelo assicura che il piccolo seme crescerà e diventerà un albero grande. Questa parola disegna la storia del cristianesimo ed è bellissimo pensare che è stata scritta quando i cristiani erano una realtà minuscola all’interno del grande impero e nessuno poteva immaginare quello che sarebbe successo nei secoli successivi. Possiamo leggere questa parabola anche in relazione ad ogni altra opera che nasce nella Chiesa. Mi pare un’immagine eloquente anche per descrivere quello che ha vissuto don Enrico Smaldone

La prima pietra

10 luglio 1949: sono passati pochi mesi dalla prima intuizione, il giovane prete angrese si è mosso con particolare dinamismo, ha fretta di realizzare quello che Dio ha seminato nel suo cuore. Quel giorno, commosso e trepidante, don Enrico pone la prima pietra della nascente Città dei ragazzi alla presenza di tante persone, tutti pronti ad applaudire il suo progetto tanto audace quanto necessario in quell’Italia che cercava di rialzarsi a fatica dalla tragedia della guerra. La benedizione di monsignor Demetrio Moscato, arcivescovo di Salerno e amministratore apostolico della diocesi di Nocera, conferma e conforta l’iniziativa. La presenza dell’onorevole Achille Marazza, sottosegretario all’Interno, e quella di altri parlamentari della Regione, fanno pensare che non mancherà il sostegno delle istituzioni. I giornali locali parlano con entusiasmo del progetto, anche l’Osservatore Romano, il prestigioso quotidiano della Santa Sede, pubblica un articolo. Anche il papa Pio XII, tramite monsignor Giovanni Battista Montini, futuro Paolo VI, fa giungere un telegramma con la sua incoraggiante benedizione. 

Nel suo discorso don Enrico racconta i miracoli che ha visto in quei primi mesi: la donazione del terreno da parte della famiglia Adinolfi, l’opera di un architetto che realizza gratuitamente il progetto della Città dei Ragazzi e, infine, la disponibilità di Giuseppe Lamaro, proprietario dell’omonima ditta, che si dichiara pronto a iniziare i lavori senza chiedere un previo finanziamento, certo che don Enrico non verrà meno al suo impegno. 

Si parte nel migliore dei modi, quel giorno don Enrico ha gettato il seme con fiducia. Ma la vita non segue percorsi lineari. Tanti sono pronti ad applaudire ma non tutti sono disposti a collaborare. E quando c’è da pagare di tasca propria, tanti si tirano indietro. La disponibilità dei pochi non basta per realizzare un’opera che, nelle intenzioni iniziali, comprendeva otto edifici e avrebbe dovuto ospitare mille ragazzi. Non mancano quelli che, spinti dall’umana prudenza, fanno notare che forse è meglio rinunciare per evitare di far fare brutta figura alla diocesi. Sono voci che non intaccano la determinazione dell’intraprendente sacerdote. 

Chi mette mano…

Don Enrico conosce bene il Vangelo e sa che Dio non ama i pavidi, quelli che tornano indietro: «Nessuno che mette mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio» (Lc 9,62). Sapeva fin dall’inizio che avrebbe dovuto lottare ma non per questo si tira indietro. Quando presenta il progetto alla cittadinanza (11 febbraio 1949), fa una promessa alla quale rimarrà fedele: «Io non desisterò fino a quando non sarà venuto in meno in me l’ultimo respiro». Tutti sono bravi a sognare, pochi sono disposti a spendere la vita per realizzare i sogni. Tanti sono bravi a partire, pochi sono capaci di perseverare fino alla fine. Don Enrico si butta nell’avventura con tutto sé stesso perché ha l’intima coscienza che quel sogno è una parola che Dio ha seminato in lui. E lui, come il terreno buono della parabola, ha accolto e custodito quel seme. 

È lui stesso il seme 

Don Enrico non si è limitato a seminare, si è impegnato anche a irrigare e concimare il terreno, ha fatto tutto quello che era necessario. Tutto quello che ogni uomo deve fare. Tutto questo non basta. La fede apre altri orizzonti. L’immagine evangelica del seme non fa riferimento alle opere ma alla persona: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24). Queste parole descrivono la vicenda di Gesù e annunciano la parabola esistenziale di coloro che vogliono camminare sulle orme del Maestro. 

È don Enrico il seme gettato nella terra! È lui che si è fatto piccolo per manifestare la grandezza di Dio. Si è gettato nella carità, come il seme nascosto nella terra, lasciandosi consumare. Facendosi piccolo per Dio, ha manifestato l’amore di Dio per i più piccoli. Non ha mai pensato di raccogliere premi e onori. Lui sapeva che la fede non si misura con le opere ma con l’amore, non con il successo ma con l’offerta di sé. La carità non è una bella favola ma una vera battaglia da combattere giorno per giorno. Spesso da soli.

Quel seme, che sembrava destinato a restare nascosto nella terra, a distanza di anni germoglia e risplende dinanzi a tutti. Don Enrico non amava parlava di sé. Sono gli altri che hanno parlato di lui. È la Chiesa che, a distanza di anni, ora lo riconosce e lo propone come modello. È la stessa storia del piccolo seme che cresce e diventa albero, carico di frutti.

Silvio Longobardi

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