Le feste patronali sono legate a profumi evocativi di dolci promesse di gusto: zucchero filato, caramelle, noccioline, e, immancabile, sua maestà il torrone. Classico, alle mandorle o alle nocciole o nelle nuove reinterpretazioni, la sua fragranza accompagna dolci ricordi e affonda le radici in riti di antica memoria.
Filomena Grazioso, classe 1948, li ha osservati fin da bambina, a Casandrino, nel napoletano, accanto a suo padre Luigi, rinomato artigiano del torrone.
«È un’eredità che si tramanda di generazione in generazione. Mio padre da suo padre e mio nonno dal suo. Facciamo questo mestiere da sempre». Inizia così la mia chiacchierata con la signora Filomena. Nell’aria un profumo di zucchero e miele che mette il languorino e non solo perché è mezzogiorno. Sono quei profumi che ti porti dietro da bambina, quando la festa del Santo Patrono era “la Festa” e l’aroma che arrivava dalle bancarelle colorate delle caramelle e del torrone erano un richiamo irresistibile e quel sacchetto il bottino più prezioso. «Dal 1983 io e mio marito Raffaele Califano abbiamo ereditato l’attività di papà e l’abbiamo portata qui a Nocera Inferiore, dove abbiamo costruito la nostra famiglia e cresciuto i nostri quattro figli. Il “dominatore del torrone” è un appellativo che avevano dato a Raffaele e con il quale ci conoscono tutti».
Nel 2017 Raffaele muore, ma Filomena non demorde: «Porto avanti la tradizione di famiglia con mio figlio Aniello, che ne ha ereditato il “titolo”». Mentre parliamo, guardo le mani di Filomena, prezioso strumento di un’arte antica che si tramanda negli anni e si affina con il tempo. «Le nostre specialità sono il croccante e il pralinato, le facciamo al momento così che siano sempre fragranti. La qualità e la freschezza dei prodotti ci devono sempre contraddistinguere come da tradizione».
Chiacchierando, riavvolgiamo il nastro dei ricordi della famiglia Grazioso e ritroviamo Filomena bambina, dietro il bilancino, che già a 8 anni accompagnava i genitori a lavoro tra le luci delle luminarie e i colori delle bancarelle. «Giravamo tanto – ricorda –. Sorrento, Ischia, ma la Piedigrotta era la festa per eccellenza». Alla festa di Napoli è legato un ricordo particolare: «Lì, nel 1964, mio padre fu premiato per la sua bancarella e io conservo quella targa come un cimelio per non dimenticare la passione che metteva nel suo lavoro e che ancora oggi, a distanza di anni e con tanti sacrifici in più, io cerco di non far mai mancare. Di tre sorelle, solo io ho raccolto il testimone di mio padre e ne sento la responsabilità».
Da quando nel 1970 Filomena ha sposato il suo Raffaele, anche la festa di san Prisco ha un posto importante nel suo cuore: «Ci conosciamo tutti. Siamo una comunità unita. Riconosco ogni bambino che si avvicina alla nostra bancarella e ognuno di loro per me è speciale». La pandemia da Covid-19 tra i momenti più drammatici: «È stato tremendo. Doloroso – e mentre racconta, Filomena sembra rivivere quei giorni –. Abbiamo dovuto farci forza da soli, perché non eravamo considerati tra le attività indispensabili o da sostenere. Quando le restrizioni sono finite tanti di noi erano inginocchio e non hanno più potuto riaprire».
Quell’incubo è finito. Filomena è ritornata dietro al bancone a servire torroni, noccioline e pupatelle a grandi e piccini.
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