Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. Allora Gesù, alzàti gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?». Diceva così per metterlo alla prova; egli, infatti, sapeva quello che stava per compiere. (Giovanni, 6, 4-6).
Quando Gesù guarda la folla non vede una massa anonima di individui ma un’aggregazione di persone che hanno un volto e una storia, fratelli e sorelle che hanno diritto a ricevere ciò che è necessario per vivere. In apparenza nessuno chiede, in realtà il solo fatto di andare verso di Lui rappresenta un silenzioso appello. Il Nazareno non è indifferente e insegna anche ai discepoli a non esserlo. Per questo pone loro una domanda che li coinvolge e li impegna a cercare i mezzi necessari per rispondere alla necessità della gente: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?» (Gv 6, 5).
Una domanda che risuona lungo i secoli, anche oggi, scuote la coscienza, apre gli occhi e ricorda che «tutti siamo responsabilità di tutti» (Giovanni Paolo II). Non tutti sono pronti ad ascoltare ed accogliere il grido di Dio. Don Enrico Smaldone, invece, ha risposto con quella generosità che nasceva dal cuore appassionato di un giovane prete che aveva deciso di donare la vita al Signore.
Quando dici Messa?
«Quando dici Messa?», chiedeva una volta la gente ai giovani seminaristi. Un modo per dire: «Quando diventi prete?». Nella vita di un sacerdote la Messa non è solo un riferimento importante ma il quotidiano punto di partenza e di arrivo. «Da ragazzino giocava a dire Messa», ha detto John Prevost, parlando del fratello, papa Leone XIV. Un dettaglio che troviamo nelle biografie di molti sacerdoti. A dire il vero, di questo amore precoce per l’Eucaristia non si trova traccia nei ricordi di coloro che hanno conosciuto e condiviso con don Enrico gli anni della fanciullezza. La passione per il gioco sembrava prevalere, a volte anche sugli studi. Fino a quando lo zio, don Pietro Smaldone, non lo avviò al seminario.
Il cammino di formazione trova il suo sigillo il 13 luglio 1941, il giorno in cui don Enrico riceve la consacrazione sacerdotale. L’immensa gioia è oscurata dalla morte della sorella Elisabetta. Vita e morte si intrecciano misteriosamente. Nella sua prima Messa solenne le lacrime sostituiscono i canti di festa. Il giovane prete non può saperlo ma quei primi giorni attraversati dal dolore non solo lasciano una traccia indelebile nella sua anima ma contengono una parola nascosta, gli annunciano che nel suo ministero dovrà farsi carico del dolore di quei ragazzi che hanno perso tutto.
L’altare dei santi
La Messa quotidiana immerge don Enrico nel mistero della salvezza: «Questo è il calice del mio Sangue versato per voi e per tutti». Ogni volta che ripete queste parole, che da duemila anni accompagnano la storia dell’umanità, un sacerdote non può non percepire l’amore infinito di un Dio che palpita per l’umanità e desidera dare a tutti la gioia di vivere.
Don Enrico celebrava Messa tutte le mattine presso le Suore Battistine, nello stesso luogo in cui 70 anni prima sant’Alfonso Maria Fusco, anch’egli sacerdote angrese, aveva iniziato la sua opera di carità a favore delle bambine abbandonate. Era nato nello stesso quartiere e conosceva bene quella storia che tanti frutti aveva portato in Italia e nel mondo. Celebrare Messa in quel luogo aveva un particolare valore, non era soltanto il necessario nutrimento per la sua anima ma diventava un altro silenzioso appello.
Quando Gesù chiese agli apostoli di dare alla gente il pane, incontrò un cortese e ragionevole rifiuto: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo» (Gv 2, 7). Sembrava la fine della discussione. E invece era solo l’inizio del miracolo. È la stessa esperienza vissuta da don Enrico. Quando iniziò a pensare che era necessario fare qualcosa per i ragazzi orfani o abbandonati, la ragione si opponeva risolutamente e ricordava che una tale opera richiedeva risorse che lui non aveva né poteva ottenere. E tuttavia, quel luogo santificato dalla fede eroica di un altro sacerdote, gli ricordava che Dio ama gli audaci.
Don Enrico sapeva di non avere il pane per sfamare l’immensa folla dei fanciulli abbandonati ma sapeva anche che il Padre celeste non manca di dare il pane a chi lo chiede con umiltà. E sapeva anche che il Dio della Bibbia non è indifferente alle vicende dei poveri ma «rende giustizia agli oppressi, dà il pane agli affamati» (Sal 145,7). Dio è pronto a dare il pane quando trova qualcuno disponibile a distribuire il pane a quanti ne hanno bisogno. Questa certezza lo spinge a costruire una cappella nella Città dei ragazzi, voleva insegnare ai suoi ragazzi che tutto nasce dall’amore incondizionato di Dio che ogni giorno si fa Pane sull’altare dell’umanità.
Pane spezzato
Chi riceve ogni giorno con purezza di cuore il Pane di Dio, riceve anche la grazia di amare con il cuore di Dio. L’Eucaristia è la sorgente della carità, come ha ricordato qualche anno fa papa Francesco, recandosi sulla tomba di don Tonino Bello: «Egli è Pane spezzato per noi e chi lo riceve diventa a sua volta pane spezzato, che non lievita d’orgoglio, ma si dona agli altri: smette di vivere per sé, per il proprio successo, per avere qualcosa o per diventare qualcuno, ma vive per Gesù e come Gesù, cioè per gli altri» (20 aprile 2018).
Don Enrico ha fatto il possibile e l’impossibile per edificare la Città dei Ragazzi. Non era un eroe ma un umile prete che ogni giorno si nutriva alla mensa di Dio. Il pane che donava ai suoi ragazzi aveva il profumo di Dio.
don Silvio Longobardi
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