Appena ho iniziato a leggere il libro, mi sono sentito particolarmente coinvolto non solo per l’importanza del tema e lo stile accattivante della narrazione, ma perché mi sono sentito rituffato nel passato.
Ho ricordato di quando, a sette-otto anni, in una domenica di agosto, il mio papà non poteva fare a meno della mamma nel momento della sofferenza.
Il libro di Antonietta Serino si inserisce in un momento delicato per la nostra cultura: il non riconoscere la dignità di chi soffre, il valore della sofferenza, rimuoverla dalla nostra vita quotidiana, affrontarla con un calcolo efficientista.
Il libro è un invito a riportarla nelle prospettive autenticamente umane: quelle ispirate all’amore, alla solidarietà, che permettono di non arrendersi dinanzi alla sfida della malattia.
Il libro sottolinea la necessità di ribadire a tutti i livelli il nesso inscindibile tra vita e solidarietà. È un rapporto indispensabile per l’una e per l’altra. Come all’inizio della vita di ognuno di noi: vivere è essere accolti, vivere è cura reciproca.
Per questo, paradossalmente, l’esperienza della malattia ci strappa dall’illusione prometeica e dall’illusione della genesi, e ci apre alla verità di ciò che effettivamente siamo: reciprocità di dono e di bisogno.
È questa reciprocità che dà un fondamento alla libertà, sottraendola al fascino dell’arbitrarietà, che non può essere vista come autentica autodeterminazione.
La malattia come scuola di umanità
La malattia diventa allora un appello all’impegno condiviso, perché venga illuminata dalla “speranza”. Nelle pagine ritorna costantemente: a volte con la lettera minuscola, altre volte con la maiuscola.
Nella Bolla di indizione del Giubileo di quest’anno – Pellegrini nella speranza –, papa Francesco ha sottolineato: «Segni di speranza andranno offerti agli ammalati, che si trovano a casa o in ospedale. Le loro sofferenze possano trovare sollievo nella vicinanza di persone che li visitano e nell’affetto che ricevono. Le opere di misericordia sono anche opere di speranza, che risvegliano nei cuori sentimenti di gratitudine. E la gratitudine raggiunga tutti gli operatori sanitari che, in condizioni non di rado difficili, esercitano la loro missione con cura premurosa per le persone malate e più fragili. Non manchi l’attenzione inclusiva verso quanti, trovandosi in condizioni di vita particolarmente faticose, sperimentano la propria debolezza, specialmente se affetti da patologie o disabilità che limitano molto l’autonomia personale. La cura per loro è un inno alla dignità umana, un canto di speranza che richiede la coralità della società intera».
La cura comincia sempre dal condividere per aprire al significato: la visione di Viktor Emil Frankl. E per questo chi soffre non deve sentirsi un peso, ma una presenza amata. È allora che le terapie saranno cura della persona e non semplicemente di un corpo.
E la malattia potrà essere scuola di umanità. È quanto mi sembra emerga dalle pagine del libro.
Luoghi di sofferenza, luoghi di condivisione
Stralcio del messaggio per la Giornata dei malati di quest’anno: «I luoghi in cui si soffre sono spesso luoghi di condivisione, in cui ci si arricchisce a vicenda. Quante volte, al capezzale di un malato, si impara a sperare! Quante volte, stando vicino a chi soffre, si impara a credere! Quante volte, chinandosi su chi è nel bisogno, si scopre l’amore! Ci si rende conto, cioè, di essere “angeli” di speranza, messaggeri di Dio, gli uni per gli altri, tutti insieme: malati, medici, infermieri, familiari, amici, sacerdoti, religiosi e religiose; là dove siamo: nelle famiglie, negli ambulatori, nelle case di cura, negli ospedali e nelle cliniche».
Incontri di grazia
E papa Francesco aggiunge qualcosa che mi è sembrato riassumere il contenuto delle pagine scritte da Antonietta Serino: «È importante saper cogliere la bellezza e la portata di questi incontri di grazia e imparare ad annotarseli nell’anima per non dimenticarli: conservare nel cuore il sorriso gentile di un operatore sanitario, lo sguardo grato e fiducioso di un paziente, il volto comprensivo e premuroso di un dottore o di un volontario, quello pieno di attesa e di trepidazione di un coniuge, di un figlio, di un nipote, o di un amico caro. Sono tutte luci di cui fare tesoro che, pur nel buio della prova, non solo danno forza, ma insegnano il gusto vero della vita, nell’amore e nella prossimità (cf. Lc 10,25-37)».
Padre Sabatino Majorano
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