Il Corbarino verso l’IGP

Una nuova stagione di successi si presenta all’orizzonte per la “lampadina rossa” coltivata alle pendici dei Monti Lattari. Un lungo lavoro di riscoperta e valorizzazione che ha in Carlo D’Amato un protagonista indiscusso.
In foto Carlo D’Amato

È nato prima l’uovo o la gallina? Prima il Corbarino o il San Marzano? La domanda sorge durante una chiacchierata con Carlo D’Amato. Il fondatore de “I Sapori di Corbara”, società agroalimentare che si avvale dell’esperienza e della presenza di una famiglia importantissima dell’industria di settore, quella di Giuseppe Acciaio, ha speso tutta la sua vita per la “lampadina rossa” dal gusto unico. 

L’imprenditore prova a dare una risposta: «C’è chi afferma che il Corbarino sia figlio del glorioso San Marzano, altri che ne sia addirittura il padre. La differenza potrebbe averla fatta l’acqua». La cosa certa è che si tratta di due eccellenze territoriali conosciute e apprezzate in tutto il mondo. Una dop, il San Marzano, una Stg (Specialità tradizionale garantita), il Corbarino. Frutti della terra che tengono alto il nome dell’Agro nocerino sarnese.

D’Amato è annoverato tra i genitori, se non il vero e proprio padre, del Corbarino moderno. Si è cominciato a parlare di questo pomodoro intorno agli anni Venti. Lui la terra l’ha vissuta sin da bambino. Il nonno aveva il Consorzio agrario ed era dirigente di Coldiretti. Ha sempre sentito parlare di semi, coltivazioni, raccolti e trasformazioni.

L’obiettivo di valorizzare il Corbarino diventa un chiodo fisso dopo un viaggio in aereo.

Erano gli anni Novanta del secolo scorso. Sul magazine di bordo vede la pubblicità di una nota azienda conserviera che promuove il pomodorino di Corbara. Rientrato a Napoli scorge dei mega manifesti. Lui, corbarese doc, così come tutti i produttori suoi conterranei, cade dalle nuvole. Con l’intervento delle istituzioni si riuscì a tutelare il prodotto, facendo rimuovere quelle inserzioni. I pomodori utilizzati per quelle conserve di Corbarino avevano solo il nome.

Un momento della raccolta

Animato non solo da tante buone intenzioni, cominciò a lavorare affinché fosse riconosciuta la dignità territoriale di questa eccellenza. Non solo sfruttata ai fini commerciali da holding che probabilmente non sapevano nemmeno Corbara dove fosse collocata sulla cartina geografica. Ma riconosciuto per il suo sapore e le sue caratteristiche organolettiche.

Nel 2006, dopo una serie di tentativi pubblici e privati, e un campo sperimentale per la purificazione del seme, decide di mettere su I Sapori di Corbara.

«Producemmo appena 30 quintali di Corbarino», ricorda D’Amato. Oggi la produzione, per quanto infinitesimale rispetto ai numeri mastodontici della trasformazione dell’oro rosso, ammonta a «2.000 quintali, circa l’80% dei pomodorini di Corbara prodotti nella nostra magnifica terra». In totale, se si considera la trasformazione industriale e quella privata, si raggiungono i 3.000 quintali. I due versanti dei Monti Lattari sono il luogo prediletto per la coltivazione: dalle aree verdi di Nocera Superiore fino ad Agerola, passando per il feudo corbarese. 

È su questi terreni che nasce il “perino rosso” o la “lampadina rossa” dallo spiccato sapore agro dolce (le peculiarità sono bassa acidità ed elevato tenore zuccherino) favorito da suoli in pomice, lapilli che drenano l’acqua, favorendo un sottosuolo umido, e vento che viene dal mare.

Un unicum che trova nell’azienda di D’Amato il principale trasformatore: «Da noi il pomodorino incontra tecnologia e innovazione rispettando l’innovazione. Abbiamo la tracciabilità dal seme alla produzione».

Una mission che ha chiesto sacrifici e ha portato numerosi riconoscimenti. Un anno dopo la fondazione, nel 2007 arriva l’attestato del Gambero Rosso, poi l’attenzione dei media di tutta Europa e i convegni. Nel 2016 la consacrazione internazionale con un articolo del Guardian. «Mi ritrovai il telefono e la posta elettronica piena di messaggi perché il Corbarino aveva ricevuto la ribalta che meritava», afferma il produttore. 

Ogni anno, la raccolta comincia il 26 luglio, data che coincide con la fondazione dell’azienda, che nel 2024 compirà 18 anni. E il 26 luglio riprende il lavoro per il raccolto successivo: «Cominciamo immediatamente la selezione del seme, che poi a gennaio viene portato in un semenzaio per diventare piantine. Queste saranno messe a dimora a partire da fine marzo, nella parte bassa delle colline, a fine maggio quando con la piantumazione si raggiungono i terreni più in alto dei Monti Lattari».  

Riportando la coltivazione nella sua terra di origine si è compiuta anche una operazione ambientale: «Sono stati recuperati moltissimi suoli che giacevano abbandonati, consentendo una mitigazione naturale del rischio idrogeologico. Inoltre, tanti giovani si sono avvicinati all’agricoltura, divenendo “sentinelle del territorio”. Non secondarie sono le ricadute economiche per chi ha messo a reddito i terreni, ma pure per il turismo enogastronomico e l’occupazione alberghiera».  

Un passato glorioso, un presente promettente, un futuro ambizioso quello del Corbarino. In questi mesi dovrebbe essere avviato l’iter per l’IGP (Indicazione Geografica Protetta). Si tratta di un riconoscimento della Comunità Europea che indica che una determinata area ha delle caratteristiche peculiari che rendono il prodotto della zona unico e non riproducibile al di fuori di essa. Il comitato promotore è composto da contadini e trasformatori, con sede presso la Pro Loco di Corbara. 

Una strada che potrà consentire di ampliare la produzione arrivando a 50.000 quintali l’anno fino ad un picco, se tutto andrà per il verso giusto, di 100.000 quintali.

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