Paura di andare a scuola

Dovremmo insegnare ai nostri ragazzi che l’obiettivo non è “vivere al massimo”, ma “autenticamente” e operando “in profondità” la ricerca della propria identità.
Foto di Juraj Varga da Pixabay

La paura o l’ansia di andare a scuola sembra riguardare un numero sempre maggiore di bambini e ragazzi. Lo riferiscono i dati statistici e anche i report compilati dai responsabili degli sportelli di ascolto psicologico attivi all’interno delle scuole. Questo tipo di disagio raggiunge dei picchi nei momenti chiave del percorso scolastico: tra i 5 e i 7 anni, all’inizio della scuola primaria; tra i 10 e gli 11 anni, all’inizio della scuola secondaria di primo grado; e tra i 13 e i 14 anni, quando s’intraprende il percorso di studi della scuola superiore.

Molto spesso, soprattutto nei bambini, la paura della scuola viene somatizzata: insorgono, quindi, frequenti mal di pancia, o mal di testa.

A volte essa si manifesta con febbre, tremori, inspiegabili dolori agli arti inferiori, mente offuscata… Al mattino ci si prepara con esasperante lentezza, si perde tempo, si chiede di andare al bagno e non si esce più, si dimentica sistematicamente qualcosa di indispensabile a casa: il quaderno con i compiti svolti, un libro, le scarpe di ricambio per l’ora di educazione motoria.

Difficile inquadrare subito il problema. Spesso questi segnali vengono interpretati come capricci (nei bambini) oppure forme di ribellione e dispetti adolescenziali, ma possono nascondere un disagio più profondo che con il tempo potrebbe divenire patologico e trasformarsi in una vera e propria fobia della scuola.

Quali sono le ragioni che scatenano l’ansia nei giovani e giovanissimi?

In primo luogo, soprattutto per i più grandi, l’ansia della prestazione, ovvero il timore di esporsi alla performance scolastica.

L’insuccesso episodico rispetto a una prova scolastica può condurre sul baratro dell’ansia del fallimento rispetto all’intero percorso. Si tratta della punta di un iceberg che cela, oltre al timore di “non essere all’altezza”, il terrore di tradire le aspettative genitoriali, o del gruppo dei pari. Un test o una verifica possono far vacillare le certezze affettive di un bambino o di un ragazzo. “Mi vorranno ancora bene se non sarò bravo come si aspettano che io sia? Si prenderanno gioco di me i miei compagni a causa delle mie inettitudini?”, questi gli interrogativi che minano la serenità di chi tendenzialmente è esposto a crisi d’ansia.

Purtroppo l’attenzione della famiglia spesso è sbilanciata sul rendimento scolastico dei figli e più disattenta rispetto agli sconquassi emotivi che investono la crescita dei ragazzi. Le aspettative genitoriali sono inoltre amplificate da una società che confonde la prestazione con il valore della persona e identifica il “merito” con il risultato, più che con l’impegno profuso.

Anche la scuola non è sempre attenta a dare il giusto peso alla caduta e all’errore.

Gli “sbagli” segnati in rosso, o “quantificati” con punteggio trovano poi spazio all’interno delle lezioni? Si operano delle riflessioni sulle cadute? Si insegna che l’errore fa parte del percorso scolastico e non è un “corpo estraneo” da stigmatizzare? “Sbagliando s’impara”, recita un vecchio adagio.

Tra l’altro, senza una opportuna riflessione sull’errore, si trasmette una visione dell’apprendimento distorta, come se fosse un “concorso” a punti e non un percorso interiore di crescita e di confronto con i propri limiti. Senza questo lavoro educativo, i nostri giovani diventano facile preda delle crisi d’ansia, ma anche quelli che non manifestano apertamente tale disagio crescono coltivando un’idea falsata del “successo” che poi li espone a essere manipolati in altri contesti. Pensiamo, ad esempio, al modello “vincente” degli influencer, o agli stereotipi tipici della nostra epoca che investono anche altri tipi di performance, come quelle della perfetta forma fisica o dell’outfit impeccabile.

Dovremmo insegnare ai nostri ragazzi che l’obiettivo non è “vivere al massimo”, ma “autenticamente” e operando “in profondità” la ricerca della propria identità.

A casa e anche a scuola bisognerebbe dedicare attenzione ai talenti dei nostri giovani, evitando di confondere le loro effettive inclinazioni con le nostre proiezioni, o le nostre aspettative.

Soprattutto sarebbe importante riuscire a trasmettere “passione” per i percorsi che si intraprendono, evitando di proporre modelli “imitativi”: da questo punto di vista assai “insidiosa” è la cultura del “paragone”, con noi stessi, con i fratelli o sorelle, con i compagni più bravi…

Silvia Rossetti


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