“Camminando, saltando e lodando Dio”

A partire dal brano degli Atti degli Apostoli, al capitolo 3, il vescovo Giuseppe offre una riflessione su disabilità e terapia dell’anima.

Pietro e Giovanni salivano al tempio per la preghiera delle tre del pomeriggio. Qui di solito veniva portato un uomo, storpio fin dalla nascita; lo ponevano ogni giorno presso la porta del tempio detta Bella, per chiedere l’elemosina a coloro che entravano nel tempio. Costui, vedendo Pietro e Giovanni che stavano per entrare nel tempio, li pregava per avere un’elemosina. Allora, fissando lo sguardo su di lui, Pietro insieme a Giovanni disse: “Guarda verso di noi”. Ed egli si volse a guardarli, sperando di ricevere da loro qualche cosa. Pietro gli disse: “Non possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do: nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, àlzati e cammina!”. Lo prese per la mano destra e lo sollevò. Di colpo i suoi piedi e le caviglie si rinvigorirono e, balzato in piedi, si mise a camminare; ed entrò con loro nel tempio camminando, saltando e lodando Dio. 

(At 3,1-8)

Potremmo, se non fossimo attenti alle diversità, rischiare di bloccare qualcuno nel cammino ripetendo, quasi con insistenza, Cammino sinodale. E mi spiego. Le diverse stagioni della vita, della salute, delle condizioni personali non devono farci dimenticare che il cammino, e il modo di camminare, sono diversi: i piccoli, i maturi, gli atleti, gli anziani, i diversamente abili.

Forse è bene ricordare a noi stessi che il primo cammino si fa con il cuore e l’intelligenza, e che si possono percorrere più chilometri su una sedia a rotelle che rimanendo, a volte, fermi e bloccati su moderne superstrade.

Chi ama corre, vola e il viaggio dell’amore non ha prezzi e mezzi speciali.

Come la mettiamo con i disabili (o, se volete, diversamente abili) nelle nostre comunità? Quale spazio e quali attenzioni abbiamo per loro? O siamo ancora a decidere che fare per le barriere architettoniche? Non è che, forse, sono barriere del cuore e dell’intelligenza? L’episodio dello storpio alla Porta Bella del tempio ci può aiutare a riflettere.

Pietro e Giovanni, poveri di oro e di argento, possiedono e danno Gesù. Noi siamo solo una mano che solleva, ma è Gesù che fa alzare e mettere in piedi. Presi per mano dalla Chiesa, fiduciosi in Gesù, ci solleviamo, i piedi e le caviglie si rinvigoriscono, si balza in piedi e si cammina. E si entra nel tempio cantando, saltando e lodando Dio.

Rimettere in piedi le persone, alimentare la speranza divenendo esperti in terapie dell’anima e del corpo, può essere un aspetto urgente del Cammino sinodale e della nostra pastorale. C’è troppa gente, nelle nostre comunità, anchilosata nel cuore e negli arti, che aspetta di rimettersi in piedi.

Il popolo vede e loda Dio, ricolmo di meraviglia e di stupore.

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