Il filo intergenerazionale. Angelelli: “Anziani centro delle comunità”

Dobbiamo avere gratitudine e riconoscenza per i nonni e gli anziani, metterli «al centro delle nostre comunità», ascoltare e prenderci cura delle solitudini che rappresentano il vero rischio di una terza età vissuta male. Perché, come dice papa Francesco, vecchiaia non vuol dire «tirare i remi in barca».
Un momento della Sosta ecclesiale 2022: il Vescovo e don Massimo Angelelli

Gratitudine, riconoscenza e presenza sono le azioni richieste alle nuove generazioni nei confronti degli anziani. Non solo sentimenti positivi per i nonni, con i quali ci sono legami di affetto e amore smisurato. Bisogna avere le giuste attenzioni verso tutti coloro che ci hanno preceduto e hanno contribuito a costruire le fondamenta del nostro Paese.

A parlare è don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio nazionale di Pastorale della salute.

Il sacerdote romano, già cappellano in alcune strutture sanitarie della Capitale, per sottolineare questo “obbligo” nei confronti degli anziani cita il quarto Comandamento: onora il padre e la madre.

«Ci viene chiesto di restituire a chi ci ha preceduto quanto ci ha dato, indicandoci come segreto della strada da percorrere una profonda relazione intergenerazionale. Non interrompere il filo che lega le generazioni – afferma don Massimo – perché se figli e nipoti non sanno essere grati hanno perso senso vero della vita umana».

Considerazioni che rispecchiano quanto papa Francesco sottolinea da settimane durante le catechesi del mercoledì. Aspetti richiamati anche nel Messaggio per la seconda giornata mondiale dei nonni e degli anziani che ricorre la quarta domenica di luglio (quest’anno il 24, ndr), in prossimità della festa dei santi Gioacchino e Anna, genitori di Maria e nonni di Gesù (26 luglio).

Il Santo Padre invita a non «tirare i remi in barca». Una richiesta non difficile da accogliere.

Infatti, come ricorda il direttore della Pastorale della Salute CEI, la vecchiaia «è una stagione lunga» perché si è allungata l’aspettativa di vita ed è migliorata la qualità della vita: «L’età anziana va distinta dalla malattia, tante persone sono in buona salute e quindi è un tempo bello da spendere anche insieme. Abbiamo molto da imparare dai nostri nonni in questo momento». 

Le conquiste odierne sono frutto del loro lavoro: «Dobbiamo avere gratitudine. Hanno costruito un benessere che non conoscevano, gli dobbiamo restituire gratitudine e presenza».

Vicinanza tangibile nelle «case, nei domicili, nelle strutture sanitarie o di assistenza», ma la presenza è urgente «al centro delle comunità, è necessaria l’esperienza degli anziani nel favorire il rapporto intergenerazionale perché i giovani potrebbero avere bisogno di loro».

I nostri nonni sono dei validi insegnanti perché dalla loro parte hanno l’esperienza del vissuto: «Possiamo imparare la fatica del costruire, dobbiamo ascoltarli, altrimenti rischiamo realmente di sperperare tutto. Questi uomini e queste donne si sono sacrificati. Hanno faticato molto, hanno visto distruggere tutto, si sono rimboccati le mani dopo la guerra, hanno portato l’Italia a questo stato di benessere e possono indicarci la strada per non sciupare il loro lascito».

Risorse, dunque, non derelitti: «La vecchiaia è una nuova stagione, che ci consente di vivere anche con gli acciacchi». La malattia più grande da combattere, dunque, non è quella che si cura farmacologicamente, ma la «solitudine». «È cambiato il tessuto familiare – continua – e si rischia di vivere da soli. Il vero tema è la solitudine. In questo noi come Chiesa possiamo giocare un ruolo importante: ascoltare tutte le solitudini». Il sacerdote fa esempi concreti di possibili accompagnamenti: «Le innovazioni, anche tecnologiche, non sono alla portata di tutti. Per i vaccini c’erano le piattaforme dove registrarsi, ma non sempre per un anziano è facile farlo. Per questo c’è bisogno di vicinanza e presenza».

La chiave di volta è la relazione che si instaura tra il nonnino e chi lo accudisce, sia esso un familiare o un operatore.

È l’essenza del prendersi cura che insieme alla cura sono stati al centro della Sosta ecclesiale 2022, tenutasi lo scorso 20 giugno al Palazzo di Vetro di Corbara. Lì don Massimo Angelelli, rivolgendosi alle comunità parrocchiali e alle famiglie, ha rimarcato un aspetto importante: «Al dolore c’è la risposta farmacologica, alla sofferenza serve una risposta relazionale».

Il vertice dell’Ufficio della Conferenza episcopale italiana ha specificato: «Il curare appartiene principalmente alla medicina, che fa ricerca, sperimenta, cura. In Italia, nonostante tutte le difficoltà, abbiamo un Servizio sanitario nazionale di grande efficacia: tutti possono curarsi ed hanno diritto a curarsi. Deve essere più efficiente, meglio distribuito, però abbiamo un sistema buono. Questi curano il dolore, la patologia. Ma spesso ci dimentichiamo che la cura deve essere intesa in maniera integrale. Curare e prendersi cura deve procedere simultaneamente. C’è bisogno dell’uno e dell’altro: farmaci e relazioni».

Anziani e nipoti – (Foto Siciliani-Gennari/SIR)

Vivere, insomma, una terza età distinta dalla malattia, in una comunità che agisce integralmente, consentirà di accettarla come «una benedizione». Perché, ammonisce il Papa, «i vecchi non sono reietti dai quali prendere le distanze, bensì segni viventi della benevolenza di Dio che elargisce la vita in abbondanza. Benedetta la casa che custodisce un anziano! Benedetta la famiglia che onora i suoi nonni!».

Aggiungerei: benedetta quella comunità parrocchiale e diocesana che sa rendere grazie per il dono degli anziani e la loro testimonianza.

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