Scuola dell’Infanzia: «Ci trasformiamo in un pezzo di famiglia»

Due insegnanti del II Istituto comprensivo di Nocera Inferiore raccontano il rapporto di fiducia e di affetto che si instaura con i bambini che frequentano la scuola dell’infanzia. Le testimonianze di Giulia Villani e Lina Ferrentino.
Scuola dell'Infanzia
Le maestre della scuola dell’infanzia del plesso “Ugo Foscolo”, plesso del II Istituto comprensivo di Nocera Inferiore diretto da Teresa Staiano

L’emozione di essere maestre e un po’ seconde mamme è tangibile in Giulia Villani e Pasqualina Ferrentino. Le due docenti hanno appena terminato l’orario scolastico quando mi ricevono nella sezione infanzia della “Ugo Foscolo”, plesso del II Istituto comprensivo di Nocera Inferiore diretto da Teresa Staiano

Ci accomodiamo ad uno dei banchetti dove per un anno hanno guidato bimbi di 3, 4 e 5 anni. La maestra Giulia segue una classe eterogenea, con piccoli delle tre età. La maestra Pasqualina, per tutti Lina, è una docente di sostegno e quindi svolge il suo orario su varie classi dell’infanzia, con un’attenzione particolare all’educazione motoria.

Hanno scelto questo lavoro, non si sono ritrovate a farlo per caso. «Quando ero bambina vivevo in provincia di Cremona – racconta Villani –, sotto casa c’era un giardino dove giocavo. Sistemavo una piccola lavagna e facevo “lezione” a delle piantine di fagioli e fragoline, erano i miei alunni. Avevo circa sette anni. Poi ci siamo trasferiti a Nocera Inferiore, dove ho completato il percorso di studi. Al momento della scelta delle superiori ho optato per l’istituto magistrale, di nascosto da mio padre. La mia famiglia avrebbe voluto frequentassi il liceo classico».

Si perfeziona con una laurea in Pedagogia e poi si iscrive a Scienze della formazione primaria. È lì che incontra la collega, che aveva fatto tutt’altra esperienza: diplomata all’istituto tecnico commerciale e laureata all’ISEF. Dopo l’esperienza come istruttrice nelle palestre, una allieva le parla di Scienze della formazione primaria. «Mi imbarcai all’Università, andai a chiedere, era il primo anno di questa facoltà. Dopo i primi due anni bisognava scegliere l’indirizzo e optai per l’infanzia, perché volevo lavorare con i piccoli», racconta Ferrentino.

La maestra Lina è una docente di sostegno, aspetto sempre più tenuto in considerazione, anche se continua ad esserci un po’ di ritrosia da parte di alcuni genitori. Il vero problema, spiegano, è il riconoscimento delle ore. Non sempre, infatti, viene assegnato un orario completo, che in alcuni casi farebbe la differenza per il completo sviluppo delle potenzialità del bambino.

Un momento della festa di fine anno

Nel tempo è mutata anche la concezione della scuola dell’infanzia. Da un semplice intrattenimento, si è passati a stagione di prima formazione didattica. In questo ha aiutato, forse, la pandemia. I genitori attraverso le video lezioni hanno sperimentato in prima persona cosa si fa in aula. Non solo giochi o disegni, ma anche pregrafismo, pre scrittura e pre lettura. Una infarinatura che prepara al metodo che sarà insegnato alla scuola primaria.

Ricorda la maestra Giulia: «I genitori ci dicevano: «Maestra, non immaginavamo che si facesse tutto questo, che ci fosse tutto questo lavoro». Noi, come scuola dell’infanzia, siamo stati quelli più in presenza. Tuttavia, nel periodo della lezione a distanza c’erano sempre i genitori presenti e abbiamo sperimentato una partecipazione attiva, entusiasta sia dei piccoli, che dei grandi».

Alla pandemia si è sommata la guerra. In classe sono stati accolti due bambini ucraini: «C’era una diffidenza iniziale dovuta alla lingua. La difficoltà di comunicare faceva da barriera – ricorda la maestra Lina –, poi si è sciolto il ghiaccio e dopo due giorni i bambini si sono affidati reciprocamente». Una situazione che ha richiesto anche alcune spiegazioni a domande di senso che i bambini pongono attraverso i loro mille perché. «Non si può essere diretti perché non hanno strumenti mentali per razionalizzare, nel loro cervello è sviluppato il sistema limbico basato sulle emozioni, il razionale ancora non esiste. Si cerca di mantenere una linea molto generale perché poi ci sono genitori che non vogliono che i figli sentano o sappiano queste cose», precisa Villani.

Intanto, è trascorso un altro anno e ci sono state le cerimonie dei diplomi. «Il distacco si sente, ti affezioni, i bimbi si legano tanto. Prima di essere maestre, siamo mamme. Gli asciughi il nasino quando gocciola, gli leghi i lacci delle scarpe, gli sistemi la maglietta affinché non si raffreddino. Lo siamo anche nel dare le regole. Quando li dobbiamo salutare è un colpo al cuore perché sai che l’anno successivo non li vedrai», dice commossa la maestra Giulia. Lei ha iniziato a lavorare nel 2007. Quei bimbi che accolse il primo anno, a 3 anni, oggi ne hanno compiuti 18: «Ne ho incontrato uno proprio qualche giorno fa. Si trasformano. Sarà stato alto due metri. Mi è venuto incontro chiamandomi per nome. Una grande emozione. Un po’ come me, che ricordo la maestra avuta a Cremona».

Ferrentino aggiunge: «Per chi sceglie di restare a mensa, ci trasformiamo in un pezzo di famiglia, stanno con noi dalle 8 del mattino alle 4 del pomeriggio. Ecco perché ritengo che la scuola dell’infanzia abbia una importanza fondamentale». 

I bambini a lavoro

È proprio vero che i bambini nascono con le ali e le maestre gli insegnano a volare. A tutti questi passerotti che spiccano il volo, le maestre augurano «un futuro bello». E una raccomandazione speciale ai genitori: «Seguiteli perché hanno bisogno di un punto di riferimento. Accompagnateli sempre».

Storie che richiamano una grande responsabilità. Una testimonianza utile per le mamme e i papà che così si spiegheranno il perché di quel legame particolare che si instaura tra i loro figli e le maestre. Un legame che emoziona e fa bene al cuore, per la vita. 

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