Manca l’acqua, e non è solo colpa del clima

Secondo l’Istat, la rete di tubi che porta acqua potabile nelle nostre case perde oggi circa il 37% del volume immesso.

L’Italia ha sete, e non è una novità. Eppure l’Italia, la stessa Italia, periodicamente finisce sott’acqua. Certo, il cambiamento climatico ci ha messo del suo nel creare una situazione che, oggi, è davvero drammatica per buona parte dello Stivale.

Ma, accanto alle bizze del clima, negli anni, molto hanno concorso negli anni la disattenzione della politica e delle istituzioni, l’indifferenza un po’ di tutti noi. Per questo, oltre a correre ai ripari per affrontare e superare l’emergenza di questi giorni, è necessario riprendere a pensare (e fare) investimenti importanti per raccogliere l’acqua quando c’è e, tra l’altro, gestirla meglio quando occorre.

Dove occorra spendere è subito chiaro. Da un lato in nuovi bacini idrici che possano funzionare da scorte nei periodi sempre più frequenti di gran secco.

Dall’altro, in una manutenzione della rete irrigua e soprattutto idrica che, davvero, pare “fare acqua” in modo preoccupante. Secondo l’Istat, la rete di tubi che porta acqua potabile nelle nostre case perde oggi circa il 37% del volume immesso. Con situazioni diversificate, certo, lungo lo Stivale. Ma non per questo consolanti.

Così, se a Milano pare vada perso circa il 15% dell’acqua immessa, ad Aosta circa il 30%, a Napoli si arriva quasi al 40, a Palermo oltre al 40%, a Cagliari si sfiora il 60%.

A dire le cose chiare è Pierluigi Claps, che insegna costruzioni idrauliche al Politecnico di Milano, che spiega: “I livelli di siccità di questo trimestre nel bacino del Po sono resi preoccupanti dalla quasi totale assenza di precipitazioni invernali. Le poche riserve idriche nivali si sono in parte trasferite nelle falde idriche e questo pare finora sopperire alle esigenze potabili”.

Ma soprattutto: “In situazioni così critiche è doveroso chiedersi se possiamo ancora permetterci di gestire le risorse idriche pensando di essere ‘ricchi’ d’acqua. Gestione attiva delle falde idriche, con ricarica forzata, e riuso di acque reflue in agricoltura dovrebbero essere linee di azione urgenti. E servirebbe maggiore coraggio con gli invasi artificiali: da soli non bastano, come abbiamo visto, ma possono integrare strategicamente le altre misure strutturali. E’ quello che avviene in contesti regionali ben più avvezzi alle grandi carenze idriche”.

Investimenti, quindi, strutturali, cioè permanenti e non certo di emergenza. Che, tra molti ma con grande autorevolezza, chiede l’Anbi e cioè l’associazione che raccoglie e coordina tutti i consorzi irrigui e di bonifica in Italia.

Che precisa subito come il “problema acqua” non sia solo agricolo, ma anche urbano e più in generale ambientale. L’analisi, condotta su due serie storiche distinte (1990 e 2000) nel nostro Paese condotta dall’Osservatorio Anbi sulle Risorse Idriche, spiega una nota, evidenza che circa il 70% della superficie della Sicilia presenta un grado medio-alto di vulnerabilità ambientale; seguono: Molise (58%), Puglia (57%), Basilicata (55%). Sei regioni (Sardegna, Marche, Emilia Romagna, Umbria, Abruzzo e Campania) presentano una percentuale di territorio a rischio desertificazione, compresa fra il 30% e il 50%, mentre altre 7 (Calabria, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Lazio, Lombardia, Veneto e Piemonte) sono fra il 10% ed il 25%.

La conclusione dell’associazione è semplice e quasi lapidaria: “Di fronte ai cambiamenti climatici servono urgenti interventi infrastrutturali per la resilienza dei territori non solo affermazioni di principio”. Occorrono naturalmente soldi, e molti, che in una certa parte potrebbero arrivare anche dal Pnrr. E che gli stessi protagonisti della filiera dell’acqua parrebbero disposti ad investire.

Le imprese dei servizi pubblici dell’acqua, dell’ambiente, dell’energia elettrica e del gas in Italia (rappresentante da Utilitalia), hanno dichiarato in questi giorni di essere “pronte a mettere in campo investimenti per circa 11 miliardi di euro nei prossimi 5 anni. Si tratta di serbatoi, nuovi approvvigionamenti, riutilizzo delle acque reflue, riduzione delle dispersioni e interconnessioni tra acquedotti”.

In attesa, appunto, degli investimenti e delle grandi opere, rimane comunque la realtà di questi giorni che Coldiretti, Confagricoltura e Cia-Agricoltori Italiani continuano a descrivere con dovizia di particolari e che si può sintetizzare in un taglio netto della produzione che, a seconda delle aree, può arrivare anche ad oltre il 70%.

Con tutto quello che ne può conseguire per tutti noi.

Andrea Zaghi

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