Scuola e criticità: quelli che lasciano

La scuola fatica ad accogliere questi studenti difficili e a rispondere efficacemente ai loro bisogni.

In attesa della pubblicazione dei quadri con gli esiti di fine anno scolastico si continua a discutere a vari livelli del nostro sistema di istruzione.

La spinosa questione dell’alternanza scuola-lavoro e l’eventuale eliminazione delle bocciature degli studenti sono fra i “temi caldi” delle ultime settimane per politici e media, poi il controverso decreto legge 36 recante “Ulteriori misure urgenti per l’attuazione del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR)”, che ha suscitato l’alzata di scudi di docenti e sindacati.

Nel frattempo apprendiamo che nel “Documento di Economia e Finanza”, approvato poco più di un mese fa, la spesa per la scuola nei prossimi anni si ridurrà ancora dello 0,5%-0,6% rispetto al Prodotto interno lordo.

Se nel 2020 la spesa per l’istruzione è stata pari al 4% del totale, entro il 2025 scenderà al 3,5.

Insomma gli spunti di riflessione non mancano e suscitano fermento. Sarà poi un fermento produttivo o le “chiacchiere” si smorzeranno appena svoltato l’angolo degli esami di maturità? E, soprattutto, quali sono le vere urgenze da affrontare e con quale ordine sarebbe opportuno procedere per trovare soluzioni?

Non è facile rispondere, perché i nodi da sciogliere sono davvero tanti: l’edilizia scolastica, il sistema di reclutamento e la formazione dei docenti, l’organizzazione e la valorizzazione di risorse e competenze, gli standard di “qualità” dell’insegnamento in Italia.

Forse, a ridosso della pubblicazione dei risultati di fine anno, sarebbe il caso di partire dai dati che riguardano l’abbandono e la dispersione scolastica, ad esempio.

I numeri riferiscono che sono ancora troppi i ragazzi che decidono di rinunciare definitivamente al proprio percorso di studi.

Le rilevazioni Istat più recenti (2020) non riportano ancora per intero gli effetti deleteri della pandemia: in ogni caso, la fotografia ci dice che in Italia il 13,1% dei giovani tra i 18 e i 24 anni sono fermi alla licenza media. Una tendenza che sicuramente appare in calo rispetto al passato e addirittura si dimezza in confronto a 20 anni fa (25,1% nel 2000), ma che non è ancora adeguata ai dati più confortanti degli altri Paesi europei.

La dispersione diviene critica soprattutto nel passaggio dalle medie alle superiori. Negli anni che seguono, invece, la differenza la fa l’indirizzo scelto. I licei sono quelli che riescono a trattenere il maggior numero di ragazzi iscritti, con un tasso di abbandono minimo (1,6%).

La “maglia nera” pare andare invece agli istituti professionali (7,2), mentre i tecnici (3,8) si collocano a metà strada. Si parla poi anche di “dispersione implicita”, ovvero di quelle situazioni in cui al traguardo del diploma si arriva, ma con un livello gravemente insufficiente di preparazione.

Quali sono le cause che portano all’abbandono scolastico?

Molti dei ragazzi che lasciano la scuola sono di origine straniera e vivono nel Sud del nostro Paese, più frequentemente maschi che femmine. Questo il dato più significativo. Ma poi fra i dispersi ritroviamo anche i “fragili” per motivi socio-economici, psicologici o legati alle difficoltà di apprendimento. Esposti a maggiore rischio sono i giovani che vivono nei quartieri periferici, degradati e privi di sollecitazioni positive (come luoghi di aggregazione giovanile, biblioteche, centri sportivi), o nelle zone rurali dell’entroterra.

La scuola fatica ad accogliere questi studenti difficili e a rispondere efficacemente ai loro bisogni: edifici fatiscenti, classi pollaio, risorse limitate, docenti poco formati, precari, e spesso demotivati. Così le aule dei nostri istituti diventano di fatto “respingenti” e frustranti, inclusive solo a parole.

Le conseguenze di questi fallimenti non sono un fatto privato, ma riguardano l’intera collettività. Chi lascia gli studi precocemente è destinato a vivere di precariato o, peggio ancora, di espedienti, a essere esposto al degrado e all’esclusione sociale.

Nel nostro Paese evidentemente non è ancora chiaro per tutti come l’adeguata istruzione dei giovani porti di fatto a un sostanziale incremento del bene comune e a un concreto superamento delle disuguaglianze sociali.

Silvia Rossetti

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