Ricominciare dalla verità

«Solo dalla verità storica dei fatti potranno nascere lo sforzo perseverante e duraturo di comprendersi a vicenda e di tentare una nuova sintesi per il bene di tutti» (FT 226). Continua l’approfondimento dell’enciclica Fratelli tutti.

“ (…) non c’è più spazio per diplomazie vuote, per dissimulazioni, discorsi doppi, occultamenti, buone maniere che nascondono la realtà. Quanti si sono confrontati duramente si parlano a partire dalla verità, chiara e nuda. Hanno bisogno di imparare ad esercitare una memoria penitenziale, capace di assumere il passato per liberare il futuro dalle proprie insoddisfazioni, confusioni e proiezioni. Solo dalla verità storica dei fatti potranno nascere lo sforzo perseverante e duraturo di comprendersi a vicenda e di tentare una nuova sintesi per il bene di tutti…” (FT 226). 

Ritenere che la verità risieda in ciò che si dice è come voler “vuotare il mare bevendolo fino all’ultima goccia”; non riconoscere il vero con la verità significa confondere chi è Cristo in parole e opere con la ragione per la quale è stato ucciso. Nel Vangelo di Giovanni la verità non è qualcosa che si possiede, ma qualcosa che si è. Pilato chiede: “Quid est veritas?”, una domanda nella quale c’è già la risposta. Infatti, facendo l’anagramma risulta: Est vir qui adest (È l’uomo qui davanti a te). 

Francesco Bacone nel suo saggio “Sulla verità” osserva che “Pilato non rimase ad aspettare una risposta”, non la meritava perché non era dalla parte della verità, un dettaglio sempre attuale, anche per i tempi che viviamo come scrive papa Francesco in Evangelii Gaudium: “una cultura in cui ciascuno vuole essere portatore di una propria verità soggettiva rende difficile che [gli uomini] desiderino partecipare ad un progetto comune che vada oltre gli interessi e i desideri personali” (EG 61).

Eusebio, lo storico e vescovo di Cesarea, racconta che Pilato alla fine si suicidò durante il regno dell’imperatore Caligola, una fine triste e un promemoria per tutti che ignorare la verità conduce sempre a delle conseguenze indesiderate. Il movimento dialogico che toglie all’essere di essere, toglie la vita all’uomo, la sua unità nella frammentarietà, e obbliga ad indossare la maschera della menzogna, l’abito da lutto, invece l’esperienza di bene offre all’uomo un’identità di verità, perché conseguire la giustizia qualifica l’intenzione della coscienza. Se da un lato vogliamo la verità, ne abbiamo bisogno, perché nessuno vuole vivere nell’inganno né operare qualcosa che determini un conflitto con la nostra coscienza, dall’altra parte, tendiamo a mascherarci, a tutelarci restando nella penombra. 

L’uomo desidera la verità ma la fatica di essere coerente ci pone di fronte ad essa come inadeguati, i limiti che si manifestano nel non riuscire a viverla pienamente e costantemente ci fanno sentire non all’altezza.

Il primo passo per la riconciliazione è conoscere se stessi. Scrutare la profondità di noi stessi rimane pur sempre impenetrabile alla nostra mente, san Paolo ce lo conferma: “A me però importa assai poco di venire giudicato da voi o da un tribunale umano; anzi, io non giudico neppure me stesso, perché, anche se non sono consapevole di alcuna colpa, non per questo sono giustificato. Il mio giudice è il Signore!” (1 Cor 4,3-4). 

padre Giovanni Caruso

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