La cultura della memoria contro ogni negazione

Il 27 gennaio del 1945 le truppe sovietiche dell’Armata Rossa entrarono ad Auschwitz scoprendo l’enorme campo di concentramento utilizzato dai nazisti per lo sterminio del popolo ebraico e di altri detenuti La testimonianza di Raphael Schutz, ambasciatore di Israele presso la Santa Sede
Ingresso di Auschwitz – foto redazione Sir

La cultura della memoria contro ogni tentativo di negare o reinterpretare la storia e come baluardo contro nuove forme di razzismo e di antisemitismo diffuse anche nella Rete e alimentate da teorie complottiste: Raphael Schutz, dallo scorso novembre è il nuovo ambasciatore di Israele presso la Santa Sede.

La storia della sua famiglia, così come quella di tantissime altre israeliane, è stata toccata dalla Shoah. La madre, nata a Francoforte nel 1929, e oggi ultranovantenne frequentò lo stesso asilo della giovane Anna Frank sua coetanea. È ancora vivo in lei il ricordo della Kristallnacht, la ‘Notte dei cristalli’, avvenuta il 9 novembre 1938, con l’attacco alle proprietà e ai luoghi di culto della comunità ebraica.

“Il 9 novembre di quell’anno compiva nove anni – ricorda il diplomatico – e fu il suo primo compleanno trascorso, non nella sua abitazione nativa di Francoforte, ma in un campo di rifugiati a Cracovia, in Polonia dove la sua famiglia si era trasferita dopo l’espulsione dalla Germania”.

Ricordi divenuti memoria

I ricordi di allora sono diventati la memoria di oggi. “In molti ebrei – afferma Schutz – la Shoah è una memoria viva e forte. Ho avuto modo spesso di ascoltare persone che hanno vissuto sulla propria pelle questa tragedia e che ne sentono tutto il peso. Ci sono sopravvissuti che non hanno bisogno di questa Giornata particolare per ricordare. Essi, infatti, ricordano tutti i giorni ma hanno bisogno di sentire la solidarietà delle altre persone. Perciò condividiamo questo ricordo con loro”.

Giovani studenti israeliani in visita al campo di Auschwitz – foto redazione Sir

“Il Giorno della Memoria è una lezione per tutti perché ci insegna a ricordare un passato non troppo lontano”.
“È una ricorrenza ancora relativamente giovane essendo stata istituita solo 17 anni fa per ricordare la Shoah. Fare memoria dello sterminio degli ebrei – aggiunge il diplomatico – significa dare sempre più voce ai sopravvissuti perché raccontino quanto vissuto sulla propria carne. La loro storia e la loro voce devono essere udite da quante più persone possibili, soprattutto dai più giovani. Questo rappresenta una piccola consolazione per la sofferenza patita. La loro presenza e le loro testimonianze sono un baluardo contro tutte le teorie che tendono a negare l’Olocausto”.

Mai più

“La mia storia è la tua storia” (#MyStoryYourStory) recita lo slogan della campagna annuale voluta da Israele per aiutare i sopravvissuti all’Olocausto, sparsi nel mondo, e condividere la loro storia sui social media “così che ‘mai più’ possa davvero significare ‘mai più’”. Il progetto, che prenderà il via il 27 gennaio, “Giorno della Memoria”, prevede anche dei laboratori per approfondire la conoscenza dell’Olocausto.

“Ci sono diverse zone del mondo – conferma l’ambasciatore – dove il livello di conoscenza della Shoah è ancora molto basso e il significato di questa Giornata va fatto conoscere. L’Olocausto è una lezione per tutto il mondo. Questo Giorno può essere un semaforo che ci invita a fare attenzione perché il pericolo di atrocità e di genocidi non è affatto cessato”. Tanto più, rimarca il diplomatico, che “siamo stati vittime di un genocidio che ha avuto luogo nel bel mezzo di Paesi civilizzati, nel cuore dell’Europa. Quell’Europa che ha dato al mondo filosofi, studiosi, artisti e grandi personalità. L’Olocausto non è attribuibile a culture primitive ma a persone consapevoli di ciò che stavano compiendo”.

Non abbassare la guardia

Non abbassare la guardia, dunque, anche davanti a fatti di cronaca che sempre più spesso rimandano a forme di razzismo e di antisemitismo diffuse all’interno della società. “Purtroppo l’antisemitismo è un male che ancora esiste tra noi ed è dovere di tutti non restare in silenzio” ribadisce il diplomatico che non più tardi di pochi giorni fa usò le stesse parole per condannare quanto accaduto il 10 gennaio davanti alla parrocchia di Santa Lucia, a Roma, dove alla fine di un rito funebre un gruppo di persone ha coperto la bara con una bandiera con la svastica nazista.

Gerusalemme: il museo Yad Vashem – foto Sir

“Oggi l’antisemitismo – aggiunge – è più forte che in passato anche a causa di visioni politiche radicalizzate e della scarsa conoscenza della storia provocata da una mancanza di istruzione. Nasce da qui l’esigenza di conoscerci”. Tra gli strumenti più efficaci per fronteggiare l’antisemitismo, “lo studio”, è quello da privilegiare: “Educare le nuove generazioni a rigettare ideologie pericolose è necessario e urgente”.

Nostra Aetate

Un passo fondamentale in questo senso, sottolinea Schutz, lo ha compiuto la Chiesa cattolica con il Documento conciliare “Nostra Aetate” – promulgato nel 1965 sotto il Pontificato di Paolo VI – che ha portato ad “un cambiamento di atteggiamento da parte della Chiesa verso l’ebraismo e le ha fatto riscoprire le sue radici ebraiche”. Cambiamento che ha poi avuto come conseguenza positiva anche l’instaurazione di pieni rapporti diplomatici tra lo Stato d’Israele e la Santa Sede nel 1994.

“I pontefici, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e papa Francesco – ricorda il diplomatico – hanno alimentato questo cambiamento anche con segni concreti come la visita alla sinagoga di Roma, i viaggi in Israele, oltre che discorsi, preghiere e dichiarazioni”.

Papa Francesco visita ad Auschwitz 29 luglio 2016 – Foto L’Osservatore Romano (www.photo.va) / SIR

“La speranza è il carburante del cambiamento dell’umanità” conclude il diplomatico israeliano che rivolge un pensiero a papa Francesco: “i suoi continui riferimenti alla sostenibilità, alla custodia del creato, allo sviluppo integrale, la sua enciclica Fratelli tutti, con i richiami alla solidarietà e alla fraternità, sono valori che, come popolo ebraico, condividiamo in vista della costruzione di un modo migliore dove non ci sia più spazio per tragedie come la Shoah”.

Daniele Rocchi/Sir

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