Preghiera, dialogo con Dio

La preghiera “non è una via di fuga, né un rito magico o una ripetizione di cantilene imparate a memoria”.

Pochi giorni fa, il Vangelo ci ha raccontato la nascita in quella mangiatoia di Betlemme, dove i primi a arrivare sono stati gli umili, i pastori; poi ecco i tre sapienti dall’Oriente, una lunga strada percorsa con la guida di una stella: uomini in ricerca, potremmo dire con le parole di oggi.

Papa Francesco ha parlato della sana inquietudine dei magi che nasce dal desiderio di conoscere, di “accogliere la vita come un mistero che ci supera”; così adorano e si prostrano davanti a quel piccolo, accogliendo “con umiltà colui che si presenta nell’umiltà”, perché “la loro vera ricchezza non consiste nella fama, nel successo, ma nell’umiltà, ma nel loro ritenersi bisognosi di salvezza”.

Trenta anni di silenzio, a parte l’episodio della Sinagoga, dodicenne seduto tra i maestri del tempio a Gerusalemme, e la prima immagine che Luca ci propone è quella di un uomo, confuso tra i peccatori, sulla riva del fiume Giordano, in attesa di essere battezzato da Giovanni.

In questa attesa c’è tutto il significato del messaggio che Gesù porta al mondo: è il figlio di Dio – “tu sei il figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento” dice la voce che viene dal cielo – eppure sceglie di mettersi in fila in mezzo al suo popolo, per sottoporsi al rito di penitenza e di purificazione. Si manifesta per la prima volta non con gesti di potenza, ma assieme a chi manifesta pubblicamente la propria inadeguatezza.

Dopo gli anni del nascondimento vissuti a Nazareth, afferma Papa Francesco all’Angelus, “Gesù non si presenta con qualche miracolo o salendo in cattedra per insegnare. Si mette in fila con il popolo che andava a ricevere il battesimo da Giovanni”.

Nel ricordare le parole dell’inno liturgico – il popolo andava a farsi battezzare con l’anima e i piedi nudi – Gesù, dice il vescovo di Roma, “condivide la sorte di noi peccatori, scende verso di noi: discende nel fiume come nella storia ferita dell’umanità, si immerge nelle nostre acque per risanarle, si immerge con noi, in mezzo a noi. Non sale al di sopra di noi, ma scende verso di noi, con l’anima nuda, con i piedi nudi, come il popolo. Non va da solo, né con un gruppo di eletti privilegiati, no, va con il popolo. Appartiene a quel popolo e va con il popolo a farsi battezzare, con quel popolo umile”.

Il suo, possiamo dire, è un viaggio ‘in discesa’: dalla Galilea, dal nord, scende verso il sud; scende a 400 metri sotto il livello del mare della depressione del fiume Giordano. Salirà poi a Gerusalemme, dove troverà la morte, un’altra discesa, nell’oscurità del sepolcro, per poi salire di nuovo, ben oltre la città terrena, e raggiungere la Gerusalemme celeste.

Nel battesimo c’è già tutta la forza e la speranza della resurrezione, di quella Pasqua che vince il buio della morte.

Gesù, ricordava Benedetto XVI, “è l’uomo nuovo che vuole vivere da figlio di Dio, cioè nell’amore; e di fronte al male del mondo, sceglie la via dell’umiltà e della responsabilità, sceglie non di salvare se stesso, ma di offrire la propria vita per la verità e la giustizia”.

Dopo aver battezzato, nella Cappella Sistina, sedici neonati, Francesco, all’Angelus, mette in evidenza i due momenti della vita di Gesù: “da una parte scende verso di noi, nelle acque del Giordano; dall’altra eleva lo sguardo e il cuore pregando il Padre”.

È un “grande insegnamento” afferma il Papa, perché “tutti siamo immersi nei problemi della vita e in tante situazioni intricate, chiamati ad affrontare momenti e scelte difficili che ci tirano in basso. Ma, se non vogliamo restare schiacciati, abbiamo bisogno di elevare tutto verso l’alto”.

Ecco la preghiera, che “non è una via di fuga, né un rito magico o una ripetizione di cantilene imparate a memoria. No. Pregare è il modo per lasciare agire Dio in noi, per cogliere quello che Lui vuole comunicarci anche nelle situazioni più difficili, pregare per avere la forza di andare avanti”.

La preghiera “è dialogare con Dio, è ascoltare la sua parola, è adorare: stare in silenzio affidandogli ciò che viviamo. A volte è anche gridare a lui, come Giobbe, sfogarsi con lui … è padre, ci capisce bene e mai si arrabbia con noi”.

Infine, Francesco torna a parlare del battesimo e chiede di ricordarne la data, perché, diceva sei anni fa, “si riceve una sola volta, ma va testimoniato tutti i giorni”.

Fabio Zavattaro

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