“L’odio è un sentimento inconsistente”, la storia di Gaetano De Vita

“Arrivai a Brindisi il 15 settembre 1945, all’insaputa dei miei che non avevano avuto più mie notizie da tempo e non sapevano nulla del mio ritorno”.
Gaetano De Vita – foto Max Martini

Sono trascorsi quattro anni da quando, il 27 settembre 2017 Gaetano (Tanino) De Vita si spegneva a Brindisi alla soglia dei 99 anni.

A tenere viva, con un post su Fb, la sua memoria e quella di centinaia di migliaia di IMI (internati militari italiani) è stata in questi giorni la Biblioteca pubblica arcivescovile “A. De Leo” di Brindisi.

Qualche mese prima che De Vita morisse, la direttrice della biblioteca, Katiuscia De Rocco, era andata a intervistarlo nell’ospedale in cui era ricoverato.

Il corpo di Tanino mostrava l’incedere degli anni, ma la sua mente era lucidissima. Tanto che aveva chiesto una macchina da scrivere perché voleva lasciare traccia di quei dolorosi 23 mesi trascorsi nel “campo di rieducazione al lavoro” di Sandbostel, cittadina tedesca della Bassa Sassonia, a 43 chilometri a nord-est da Brema e al 60 km ad ovest di Amburgo.

Gaetano De Vita – foto Max Martini

Il racconto

Durante la seconda guerra mondiale, De Vita era sottotenente di complemento in forza presso il comando delle truppe al deposito di Silandro, in val Venosta (Alto Adige).

“Gli alti comandi mi inviarono nel 1943 a Curon Venosta – raccontava De Vita – dove c’era un distaccamento della guardia alla frontiera retto da due ufficiali, un sottotenente della provincia di Asti e il tenente Giuseppe Regaldo. Ad un certo punto si è presentato alla frontiera di Resia un gruppo di SS, che ha occupato un albergo che distava 70 metri dalla nostra caserma. Il 25 luglio Mussolini cade e con lui cade anche il fascismo. I nazisti decidono allora di entrare in Italia con i mezzi corazzati. ‘O ci fate passare – ci dissero – o di voi non resterà più nulla’. E sarebbe bastato veramente molto poco per distruggere la nostra caserma. A quel punto il tenente Regaldo mi ordina di sistemare il mortaio da 81 in direzione dell’albergo dove si erano sistemati i tedeschi. Sistemai il mortaio in attesa di istruzioni, ma nel posizionare le bombe, mi accorgo che mancavano le spolette. Erano praticamente bombe inutilizzabili”.

Quella notte – alle 3.15 ricorda De Vita – il tenente Regaldo chiama Tanino e lo invita a brindare con lui: Roma aveva capitolato ed era disposta a lasciar passare la colonna tedesca, a patto che a capo di questa vi fosse un ufficiale italiano, a fare da ‘garante’. E De Vita doveva essere quell’ufficiale. “Scendemmo fino a Bolzano – raccontava De Vita – e poi li salutai, perché il mio compito era terminato. Da quel giorno all’8 settembre 1943, giorno della resa incondizionata dell’Italia e del celebre discorso del maresciallo Badoglio, ne sono passate di colonne tedesche…”.

De Vita era l’unico sottotenente ed aveva il compito di fare l’ufficiale di picchetto con tanto di fascia azzurra di riconoscimento.

L’armistizio

Del messaggio di Badoglio viene a conoscenza quella stessa sera. “Erano le 20 e mi trovavo nell’ufficio del colonnello – prosegue De Vita -. Rimanemmo senza parole. E senz’armi. Alle 20.10, infatti, fecero irruzione i soldati tedeschi, insultandoci e dicendoci ‘Scheisse, merde, traditori!’. Ci tolsero tutte le armi e ci spedirono tutti al campo di concentramento. A partire dall’ufficiale di picchetto”.

Per De Vita e i suoi compagni inizia in quel momento il calvario.

Prima il lungo viaggio fatto di stenti, umiliazioni e privazioni, chiusi nei vagoni bestiame: “facemmo tappa a Landegg in Austria, poi ricordo Częstochowa, dove un sottotenente originario di Bolzano, ci invitò, parlando in italiano, ad aderire alla Repubblica di Salò (RSI); molti aderirono, ma io rimasi fedele al re, coerentemente col giuramento che avevo fatto”. Poi, a Stettino, vi fu l’assegnazione del numero: “99083, da quel momento ero diventato ufficialmente un prigioniero di guerra, un numero”.

De Vita giunge allo Stammlager di Sandbostel. Baracca 21A Stalag XB.

Fame, cimici, pulci e pidocchi erano all’ordine del giorno, così come le umiliazioni e le vessazioni, estenuanti trasferimenti da campo a campo, interminabili appelli nella neve, con temperature bassissime, continue percosse, esecuzioni sommarie di singoli e collettive, per infrazioni disciplinari anche lievi solo perché cedessero alla RSI. De Vita conobbe, durante i mesi di prigionia, anche Giovannino Guareschi, lo scrittore che diede vita a don Camillo.

“Un giorno, girando tra le baracche, giunsi ad un campo di lamponi – ricorda De Vita -. Le piante erano rigogliose, cariche di grossi frutti. Ed io mi misi a mangiare, perché la fame era tanta. Sennonché mi accorsi che il terreno cedeva. Una cosa a cui in un primo momento non avevo fatto minimamente caso. Poi mi venne un sospetto, che si rivelò essere la verità: quello era un ex laghetto in quale le SS avevano sepolto le persone che erano state ammazzate lì sul posto. Ne venni fuori atterrito. Che bestie sono stati i nazisti”.

Nell’agosto del 1944 De Vita, viene colpito come i suoi compagni, da un’epidemia di dissenteria.

Debilitato nel fisico, viene mandato a lavorare nei campi di un contadino tedesco della zona, Werner Stein. L’uomo, vedendo che il soldato italiano non era in grado di lavorare, era pronto a denunciarlo e a spedirlo a Mauthausen.

“La moglie, Elda, era una donna molto religiosa – racconta – e perorò la mia causa a mia insaputa. Fu lei a salvarmi dal campo di concentramento. L’8 maggio, il giorno della resa dei tedeschi, Elda mi salutò stringendomi in lacrime tra le sue grosse braccia”.

Il ritorno a casa

Il viaggio di ritorno di De Vita a Brindisi fu lungo e pieno di ostacoli e sofferenze. “Sono uscito dal campo e pesavo 40 kg ed ero alto 1,85. Non ho rancore né verso i tedeschi né verso i fascisti. L’odio è un sentimento inconsistente”.

Ad attenderlo a casa, Tanino trovò la sua fidanzata, che successivamente divenne sua moglie.

“Un grande desiderio che la moglie di De Vita aveva era quello di visitare Vienna – ricorda oggi Katiuscia Di Rocco –. Tanino amava tanto sua moglie, ma non riuscì mai ad esaudire questo suo desiderio. Ogni qualvolta, infatti, che sentiva parlare tedesco o sentiva abbaiare un pastore tedesco, stava male. Troppo grande l’orrore vissuto per 23 mesi nello Stammlager di Sandbostel”.

Irene Argentiero

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